RE-CENSIONE
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"I am the devil, and I am here to do the devil's work!"
Sì, ci vuole un bel coraggio ad entrarci, in quella casa. Ci vuole ancora più fegato a trovarsi faccia a faccia con chi ha deciso di fare di quella abitazione un luna-park da mattanza per anime perdute. Ma questa era la storia della pellicola precedente a questa, in cui in salsa fantasmagorica e con un ritmo da video-clip lo spettatore veniva centrifugato nella miriade di orrori creati dall’ agghiacciante famiglia Firefly (se non siamo all’ombra dello stesso albero genealogico degli Hewitt di The Texas Chainsaw Massacre di Tobe Hooper, ci manca poco).
Ora parliamo di The Devil's Rejects (in italiano tradotto impropriamente come La Casa Del Diavolo), il seguito di House Of 1000 Corpses. Per chi non lo sapesse, entrambi i film sono opera di Rob Zombie (Robert Cumming), a cui onestamente riesce meglio fare il regista piuttosto che il metallaro: di certo con i suoi lavori cinematografici di genere ha regalato due belle pagine all'ormai sempre più scarno catalogo di buone offerte proposte del cinema horror odierno.
Insomma, è qui più che nel campo rock che sta lasciando un'impronta considerevole.
Due parole due sulla trama. In The Devil's Rejects i reduci della famiglia Firefly, Otis e Baby (Bill Moseley e Sheri Moon), guidati anche stavolta dal capitano Spaulding (Sid Haig), questa volta sono subito identificabili dal pubblico come prede, e non come cacciatori.
Lo sceriffo Wydell (William Forsythe) segue implacabilmente le loro tracce per vendicare la morte del fratello. La vicenda si dipana in un susseguirsi di atrocità e violenze, rigorosamente on the road (spettacolare lo show-down nel bordello di Charlie), in cui lo spettatore insieme allo sceriffo è chiamato sempre più a scrutare in un rosso abisso di agonia. Dopo aver toccato il fondo viene offerta la redenzione: è il climax della pellicola, il momento della vera liberazione. La corsa contro il muro della legge. E le note di Free Bird dei Lynyrd Skynyrd nel finale segnano il passaggio ad un inferno altro, che nel caso dei Firefly forse potrebbe essere anche più divertente di quello reale.
Ciò che offre propulsione alla struttura della narrazione è il classico tema della vendetta, in cui le carte si mescolano continuamente e la ragione non ha ragion d'essere. Rob Zombie ha studiato bene il territorio di Sam Peckinpah.
Si respira polvere e sudore per tutta la durata del film. La violenza c'è e si vede. E' qualcosa che possiamo toccare. Avete presente l'eccelso L'Ultima Casa A Sinistra di Wes Craven? Ebbene, la sua lezione è stata recepita e trovare qualcosa del genere nel 2005 e con ottimi risultati non è facile. Qui la violenza è al limite massimo della sopportazione. Oppure, tanto per fare un esempio recente, troviamo qualcosa di simile all'ottimo Le Tre Sepolture di Tommy Lee Jones.
Tante le citazioni: su tutte l'omaggio ai fratelli Marx, anche se in chiave macabra (ma i cultori del cinema di Groucho & co. non potranno che trarne del sano godimento). E chiaramente non manca l'umorismo (immorale al cubo, of course) tipico di pellicole del genere.
Con quest’opera Rob Zombie ha decisamente confermato di saperci fare, con la macchina da presa. Il risultato finale è un qualcosa che si fa sentire, alcune sequenze hanno vita propria e riescono a rimanere impresse. Tra queste un finale che riesce addirittura ad emozionare (sarà anche per la colonna sonora, integrata alla perfezione con le immagini).
Forse azzardo ma questo è uno dei migliori horror dell'ultimo decennio. E se non lo è, per quanto mi riguarda è già un cult.
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| Domenico - 25/11/2007 |
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