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ROBERT ALTMAN - UN'EMOZIONE AMERICANA
In memoria di Altman
Sua Maestà Robert Altman ci ha lasciato.
In questi giorni leggeremo e vedremo numerosi ricordi e omaggi tributatigli da stampa e televisione dove, immancabilmente sarà sottolineato come fosse un regista ribelle, dedito alla distruzione del mito e del sogno americano e per questo poco amato in patria e spesso osannato all'estero.
Tutto ciò è sicuramente vero, ma nella mia personale celebrazione di quello che ho sempre reputato come uno dei migliori registi americani vorrei mettere da parte quest'aspetto, e cercare di spiegare perché, spesso, dopo aver visto uno dei suoi film, si usciva dalla sala con la sensazione di aver ricevuto una scarica di schiaffi. Schiaffi che non sempre provocavano dolore, ma a volte lasciavano una sensazione di liberatoria malinconia.


Il mio incontro con Altman risale alla fine degli anni '70, periodo in cui fu trasmesso in Italia il telefilm M*A*S*H*, che riproponeva in formato televisivo le gesta di uno dei più bizzarri ospedali da campo militari mai visti sul grande schermo.
Scoperto che quello che per me era un "cult" (come si direbbe oggi) nasceva prima di tutto come film ovviamente alla sua trasmissione televisiva feci in modo di poterlo vedere, per capire com'erano nati quei personaggi così buffi (ero forse troppo giovane all'epoca, e molto dell'umorismo sessuale, comunque un po' annacquato, della serie tv, mi sfuggiva).


Scoprii così un tale Robert Altman, regista di un film che, pur essendo divertente, sembrava galleggiare in un'atmosfera di disastro imminente.
All'epoca per me la guerra di Corea era qualcosa di totalmente sconosciuto, il Vietnam mi aveva appena sfiorato, e l'impressione che ricevetti nel vedere il M*A*S*H* cinematografico era che per sopravvivere in guerra, da un lato dovevi essere un po' matto, così da sopportarne la follia, e dall'altro, se proprio non riuscivi ad uscirne indenne, che il posto migliore per essere curato era il 4077 Medical Army Surgical Hospital, possibilmente dalle sapienti mani del maggiore Margareth "hot lips" Houlian.
Scavando però sotto la superficie goliardica, si notava come per quel gruppo di buontemponi la cosa più importante fosse salvare vite umane, senza chiedersi se il ferito fosse amico, nemico, militare, civile (o animale).
È un film amaro, questo, in cui la poetica di Altman appare già in tutta la sua forza dirompente nella critica ad un'America ingrigita e cinica, il cui sogno si è spezzato ormai da anni.


Forse per questo è sempre stato osteggiato dalla critica del suo Paese, perché più di altri ha sempre fatto del cinema un mezzo non per raccontare storie, ma per esporre tesi, per dialogare con lo spettatore e far si che, uscito dal buio della sala si facesse delle domande, magari banali, ma alle quali certo non pensava quando si sono spente le luci.

Come non restare inorriditi guardando "I Protagonisti", o non sentirsi violentati dopo aver visto "America Oggi": ma la nostra Italia è poi così distante dall'America triste, banale, tragica che ci viene mostrata in questi film? Il dolore, la rabbia, l'impotenza di fronte agli avvenimenti che coinvolgono i personaggi ci sono davvero così sconosciuti? O non sono invece dei sentimenti universali che attraversano il globo e nei quali stiamo sprofondando nell'attesa di un salvifico cataclisma?


Per fortuna, Altman, non ha mai messo da parte l'umorismo, usandolo a volte in maniera sottile, come in "Gosford Park", godibilissima satira sul rapporto "padroni/servitù" ambientato in una splendida tenuta inglese degli anni '30, dove, durante un fastoso ricevimento, avviene un omicidio. I due mondi sovrapposti e antitetici della nobiltà e della plebe si scontrano, si mischiano, si giudicano e vengono giudicati, guidando lo spettatore verso riflessioni su realtà a lui ben più vicine. Esteriormente più divertente è il suo ultimo lavoro, "Radio Days", che rivisto all'indomani della sua morte, sembra avere dentro di se il crisma di un "opera ultima". Nelle vicende del gruppo di attori radiofonici alla loro ultima puntata, malinconicamente divertente, sembra di vedere riflesso proprio lui, con il suo sguardo ormai un po' appannato dall'età, che cerca ancora di dire la sua, di muovere le sue critiche ad un Paese che vuole migliore, più altruista, più fraterno. "Radio Days" è infatti la storia di una fine, dalla quale però forse nascono anche dei nuovi, grandi inizi.

Altman, nella sua cinquantennale carriera ci ha spesso e volentieri viziati, girando film che lo spettatore non può, e non deve, guardare passivamente.
I suoi sono davvero film capaci di emozionare, di emozioni forti, spesso violente, ma in qualche modo liberatorie.

Addio Robert, da qualcuno cui mancherà il tuo lavoro.

Carlo Barlesi - 21/11/2006
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MATERIALE FOTOGRAFICO
Davanti all'obbiettivo
Dietro la cinepresa


Mash

Radio America

Gosford Park
















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