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IL LABIRINTO DEL FAUNO
CRESCERE AL TEMPO DELLA GUERRA CIVILE SPAGNOLA
Per crescere bisogna superare delle prove, resistere alle tentazioni, capire quando è il momento di fare scelte coraggiose. Tutto questo la piccola Ofelia lo imparerà in uno dei momenti più bui della storia spagnola. Guillermo del Toro, con Il Labirinto del Fauno ci conduce al confine tra due mondi, quello crudo, spietato, schizofrenico della guerra civile, e il mondo incantato, sotterraneo, pronto a risplendere nel momento più buio.

Non è una favola per bambini, a dispetto del titolo, è un film disperato e disperante in cui la violenza e la turpitudine della guerra tra gente della stessa nazione emergono in tutta la loro crudezza, senza filtri, senza una spiegazione: la guerra civile è lì, lo spettatore non ha bisogno di chiedersi perché, può solo guardare degli uomini che si muovono spinti da ideali diversi, e da un unico antico sentimento, l'odio. Lo spietato capitano Vidal, patrigno della protagonista Ofelia non esita a massacrare due poveri bracconieri colpevoli di avere con se un libretto "comunista", salvo poi, trovate le misere prede della loro caccia, accusare i suoi uomini di incapacità. Un solo uomo riuscirà a tenergli testa, e per questo pagherà con la vita, un medico, così fedele al giuramento di Ippocrate da curare indistintamente militari e partigiani, ma anche così pietoso da dar pace ad un guerrigliero orribilmente torturato da Vidal. È a quest'ultimo che rivolgerà una delle battute più belle di tutto il film, rinfacciandogli la sua cecità nell'obbedire agli ordini.
La fedele governante Mercedes si rivelerà per il capitano come la proverbiale serpe in seno. Staffetta e sussistenza per i giovani accampati sulle montagne toglierà a Vidal anche quella che forse sarebbe stata l'unica sua gioia in una vita spesa tra rancore, odio, disprezzo: la paternità. Saranno lei e il suo fidanzato, partigiano spietato quanto Vidal, ma capace lo stesso di provare amore vero, tristezza, compassione, ad allevare il figlio del capitano.

Il secondo scenario del film è il mondo fantastico in cui abita il Fauno del titolo, vera creatura mitologica, con corna e zoccoli caprini, crede di riconoscere nella giovane Ofelia la principessa del suo mondo, scomparsa da secoli. Sottopone così la giovane, ancora incapace di uscire dai sogni dell'infanzia, preoccupata per le condizioni di salute della madre, incinta, e terrorizzata dall'atteggiamento di Vidal nei suoi confronti, a terribili prove grazie alle quali lo spirito della principessa Moana (a questo nome in sala è sceso un lungo, imbarazzante silenzio…) avrebbe potuto riaprire il passaggio per tornare nel mondo incantato. Aiutata da tre fate la piccola riuscirà nell'intento, compiendo il più grande dei sacrifici e consentendo così alla principessa perduta di far ritorno nel suo regno al fianco dei genitori, e dell'amico fauno.

Non bastano però poche parole a descrivere l'atmosfera del film, disturbante sia nelle scene di guerra, crudelmente realistiche, che in quelle stranianti e irreali del mondo fantastico. Splendidamente fotografata con luci quasi sempre livide, accompagnata da un ottimo sonoro, la pellicola soffre forse per un montaggio a volte troppo didascalico che si sofferma, inutilmente, su particolari raccapriccianti. Ottime invece le prove degli attori, su tutti ovviamente la giovane Ivana Baquero, che da vita alle tristezze, alle paure e ai facili entusiasmi della piccola Ofelia, facendone un personaggio a tutto tondo, capace, nella sua infantilità, (detto proprio in senso anagrafico) di conquistare il pubblico. Sergi López interpreta l'odioso capitano Vidal e Doug Jones, ormai avvezzo a lavorare con Benicio del Toro sotto strati di trucco, (è stato l'anfibio Abe Sapien in Hellboy) è lo splendido fauno.

Nel complesso Il Labirinto del Fauno stordisce lo spettatore che probabilmente entra in sala aspettandosi una sorta di Narnia, e si trova invece di fronte a un film crudo e crudele in cui l'unico raggio di sole arriva nel finale, nel fantastico mondo sotterraneo.
Carlo Barlesi - 04/12/2006
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