Tra i film più attesi della nuova stagione italiana, (negli Usa il film è uscito da mesi) sebbene non abbia avuto una campagna stampa e pubblicitaria degna del personaggio, Superman Returns non segna soltanto il ritorno dell'Uomo d'Acciaio sul grande schermo, ma anche la nuova sfida supereroistica del regista Bryan Singer, dopo i fasti dei primi due episodi di X-Men, trilogia abbandonata proprio per dedicarsi, con quali risultati sarà il botteghino a dirlo, al "ritorno" del supereroe più "super" di tutti.
Il film si apre con una nota che c'informa che da circa sei anni non si hanno più notizie di Superman, da quando gli astronomi hanno individuato i resti di Krypton, suo pianeta natale. Per coloro che nel 1980 ebbero la fortuna di vedere al cinema il film capostipite di questa serie, quello dei titoli di testa è il momento giusto per tirare fuori il fazzoletto. Singer non solo, giustamente, riprende il poderoso ed indimenticabile tema di John Williams, ma anche la grafica dei titoli di testa è, seppure aggiornata, quella originaria. Il pubblico è quindi immediatamente trascinato a Smallville, nel campo davanti a casa Kent, dove con un veicolo molto simile a quello usato da Jor-El per inviarlo sulla Terra, Superman finalmente ritorna. Ci si sposta poi a Metropolis, ed è ottima la scelta di Singer di girare in Australia, così da non incontrare edifici la cui iconografia sia tipicamente newyorkese ed avere al tempo stesso un luogo reale e credibile. Soprattutto perché hanno invertito il senso di marcia delle auto, che nel paese dei canguri tengono la sinistra!
Il palazzo e la redazione del Daily Planet rispecchiano la commistione di presente e passato che domina nella città, come qualcosa che sia evoluta all'interno di un guscio antico. La redazione sembra strappata di peso da film come Prima Pagina, ma i computer, e i monitor costantemente accesi sui canali di News, danno l'idea della velocità e dinamicità del lavoro giornalistico d'oggi (e volendo proprio scavare a fondo si potrebbe affermare che per Bryan Singer la TV è "sulla" notizia, ma il quotidiano è "dentro la notizia"…). Un eccezionale Frank Langella dà volto e carattere al direttore Perry White, mentre lo Jimmy Olsen di Parker Posey è troppo anacronistico nell'aspetto e fumettistico nei modi; a nulla vale il fargli maneggiare macchine fotografiche digitali per renderlo meno "vecchio", meglio sarebbe stato completare il quadro con una macchina di tipo tradizionale, ma forse un'esigenza di sceneggiatura, probabilmente per risolvere il classico "buco", ha portato a questa scelta che personalmente trovo ben poco felice.
L'incontro tra il ricomparso Clark Kent e la neo vincitrice del Pulitzer Lois Lane ha poi del ridicolo: il tempo per entrambi non sembra passato, Lois (una Kate Bosworth fuori parte e totalmente incapace di dare spessore al suo personaggio) sembra addirittura più giovane che nei primi due film, e Clark (Brandon Routh, che qui da davvero il suo meglio, ricordando per aspetto e movenze il mai troppo compianto Christopher Reeve, cui il film è "giustamente" dedicato) risulta aver passato i precedenti due anni (ma non erano sei anni che era scomparso?) in meditazione con i Lama tibetani, spiegazione tanto poco credibile quanto abusata. È sicuramente questa la parte più brutta del film, totalmente intrisa nella retorica "anni '80" dei film precedenti, compreso il salvataggio di Lois da un incidente aereo e il voletto/balletto dei due sopra il cielo di Metropolis. Quello che poteva essere il punto di svolta della trama, Lois ha un bambino e una relazione con il nipote di Perry White (James Marsden, finalmente senza occhiali a specchio, che fa di tutto per risultare credibile… e quasi ci riesce!) viene in realtà sopraffatto dagli eventi, spesso gratuiti, e il sospetto che il piccolo sia ben più di quel che sembra (forse uno dei momenti migliori del film) è svelato in uno dei finali più melensi, ridondanti ed inutili mai visti!
Un film di Superman non può però essere tale senza Lex Luthor, (sembra che questo superuomo non abbia altri nemici…) e quello interpretato da Kevin Spacey ricomincia la sua carriera criminale dopo essere uscito di prigione (proprio grazie a Superman che, in viaggio per Krypton, non si è presentato per testimoniare…) sposando una ricchissima vecchia che in punto di morte lo nomina erede universale. In compagnia del suo solito gruppetto di sgherri idioti ed inutili e della ancor più solita bellezza scema, in questo caso un'Eve Marie Saint ben in parte, anche se forse caratterialmente troppo simile alla Valerie Perrine del film di Donner, Luthor ancora una volta si da alla speculazione edilizia, stavolta su scala "continentale".
Proprio questo è il limite del film di Singer: troppo dannatamente uguale al cult-movie di Richard Donner, le ambientazioni, i caratteri appena sbozzati dei personaggi, (soprattutto i compari di Luthor, che fanno rimpiangere addirittura Ned Beatty! Lui almeno faceva ridere, sebbene uno di loro avrà il suo momento di gloria, morendo in modo spettacolare), addirittura la trama, che seppure con qualche variante "colossale" ripropone il tema del film del 1980. Lo spettatore che sperava di ritrovare il Bryan Singer, se non dei Soliti Sospetti, almeno dei due X-Men, resterà purtroppo deluso. A poco servono i più che piacevoli riferimenti alla storia fumettistica di Superman, che sono piuttosto prevedibili; il giocattolo mostra tutti i suoi meccanismi e si inceppa spesso. Singer lascia volutamente fuori l'attualità dal film per fare del "suo" Superman un'icona messianica squallida e soprattutto spiacevole: i richiami alla crocifissione, alla Pietà, alla resurrezione lasciano l'amaro in bocca in quanto Superman era veramente l'ultima icona laica del mondo occidentale! Si spreca così l'ottima occasione di poter rinvigorire un mito fumettistico che, seppure in pieno reaganismo, aveva goduto di almeno un paio di buoni film, quelli appunto che fanno da prologo a questo "Ritorno" decisamente inutile, ambientato davvero in un fumetto e del tutto staccato da una realtà che, data la fama e lo stile del regista, ci si aspettava ben più presente.
Statico, poco a suo agio nelle scene di volo, ridotti al minimo gli effetti speciali, se non nelle monumentali scenografie del continente luthoriano, agiografico nella raffigurazione dell'eroe e con un approfondimento psicologico dei personaggi quasi inesistente. Soprattutto Luthor non è un cattivo all'altezza: non solo di Superman, ma dei precedenti del regista; Kevin Spacey sembra aver dimenticato di essere stato il mitico Kaiser Soze, scimmiottando il Luthor di Hackman, e Singer stesso sembra non avere il piglio dei film precedenti lasciando i fan, suoi e dell'Uomo d'Acciaio, delusi e dispiaciuti.
Parafrasando il titolo dell'articolo con cui Lois Lane vince il Premio Pulitzer: "Questo mondo non ha bisogno di questo Superman".
Carlo Barlesi - 18/08/2006
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